Intervista a Natasha Linhart sui nuovi problemi dell’esportazione agroalimentare nel Regno Unito causa Brexit

20 Gennaio 2021

Natasha Linhart, CEO di Atlante, intervistata da Il Sole 24 Ore evidenzia le nuove problematiche per l’esportazione di prodotti alimentari nel Regno Unito successivamente all’uscita dall’Europa.

Dogane chiuse, sdoganamenti complicati, nuovi dazi anche su prodotti agroalimentari made in Italy se con ingredienti non UE. Queste complicazioni implicano tempo e risorse per molte aziende, tanto che i piccoli produttori bussano alla porta di Atlante «Ci chiedono di esportare in Gran Bretagna anche per loro – dice Linhart – perché da sole non riescono a gestire questo surplus di burocrazia».

BREXIT
Inciampa l’export alimentare verso Londra

Gli intoppi alle frontiere: pallet sbagliati e dazi nascosti negli ingredienti Nel Regno Unito dogane chiuse dal venerdi alle 12 fino al lunedì mattina

C’era una volta il raviolo al ripieno di gamberi. Lo produceva un’azienda italiana e lo mangiavano i londinesi, che lo compravano al banco frigo dei supermercati Sainsbury’s. C’era, ma con la Brexit non c’è più. Perché è vero che l’accordo di uscita del Regno Unito dalla Ue ha risparmiato dai dazi i prodotti agroalimentari. Ma se dentro un determinato cibo c’è per caso un ingrediente che occupa più del 30% del peso e che ahimè proviene da fuori Ue, allora il dazio lo si paga, eccome. Così, se il raviolo made in Italy in questione è fatto con gamberi reali thailandesi, lo sdoganamento alle porte di Londra diventa difficile. Talmente difficile che, per il momento, l’unica soluzione è quella di non esportarlo più, almeno per un po’. Benvenuti all’ufficio complicazioni affari semplici post Brexit.

Di esempi come questi, Natasha Linhart potrebbe farne parecchi. Di origini inglesi, è alla guida di Atlante, il distributore bolognese che ha l’esclusiva sull’estero per un migliaio di prodotti alimentari italiani. Rifornisce catene come Carrefour, Costco, Aldi. Ed è il distributore esclusivo per l’Italia dei supermercati Sainsbury’s, appunto: «Stavamo per aggiungere ai nostri cataloghi un particolare peperoncino ripieno di tonno, capperi e acciughe – racconta – ma l’azienda italiana che lo produce acquista il tonno dal Nordafrica. Per il momento abbiamo dovuto accantonare il progetto». La soluzione? «Ci sarà, certo, ed è quella di vivisezionare gli ingredienti di ogni singolo alimento che andiamo a distribuire in Gran Bretagna, così sapremo quanto dazio occorre pagare ogni volta. Ma per fare questo ci vuole tempo e ci vogliono risorse». Tanto che in questi giorni sono molte, le piccole aziende che bussano alla porta di Atlante: «Ci chiedono di esportare in Gran Bretagna anche per loro – dice Linhart – perché da sole non riescono a gestire questo surplus di burocrazia».

Intoppi, carte, costi che si aggiungono. E tempi che si dilatano. «Le dogane inglesi – racconta ancora l’ad di Atlante – ogni giorno chiudono alle 18. Il venerdì poi chiudono a mezzogiorno fino al lunedì mattina non riaprono. Se un camionista arriva tardi, di venerdì, è costretto a fermarsi tutto il weekend. E finisce che di quel prodotto, al lunedì, gli scaffali di Sainsbury’s sono vuoti». Un bel problema. Se poi il cibo in questione è una ricotta o una burrata, il problema diventa questione vitale.

Per il Frantoio Muraglia, di Andria, questi primi 20 giorni di Brexit sono addirittura stati sinonimo di operazioni saltate e olio invenduto: «Gli importatori sono disorientati – racconta il titolare, Savino Muraglia, che è anche presidente di Coldiretti Puglia – gli hub degli spedizionieri sono intasati, l’ingresso delle merci attraverso le dogane inglesi è talmente rallentato che i corrieri preferiscono annullare alcune operazioni. Stavo crescendo parecchio, con le vendite, a fine 2020, e ora a gennaio perdo fatturato». I tempi di transito delle merci sono aumentati tra il 50 e il 100%, poi vanno aggiunti gli extra-costi amministrativi e burocratici. «Senza contare gli effetti a catena sul resto del mondo – dice Muraglia – l’attenzione degli spedizionieri è talmente concentrata su Londra che l’altro giorno mi sono visto annullare un ordine diretto a Hong Kong».

E se i dazi tra Ue e Uk sono stati scongiurati, presto potrebbero essercene in arrivo di “mascherati”. Antonella Di Tonno guida la tenuta Talamonti, che dall’Abruzzo spedisce in Inghilterra bottiglie di Montepulciano, Trebbiano e Pecorino: «In Europa, la Gran Bretagna è sempre stata quella con le accise più alte sul vino: in Italia e in Germania ammontano a zero, a Londra si pagano 297 sterline ogni 100 litri di vino. Non solo queste tasse restano alte, ma i nostri importatori ci hanno preannunciato che a marzo è addirittura in arrivo un aumento».

Anche le casse di Montepulciano d’Abruzzo hanno visto lievitare i tempi di sdoganamento: «Prima della Brexit le enoteche ordinavano il venerdì e il martedì avevano le bottiglie a scaffale – racconta la titolare della cantina – oggi il rallentamento delle operazioni alle dogane hanno portato i tempi ad almeno due, se non tre settimane».

Normalmente, i costi di questi fermi di magazzino sarebbero a carico dell’importatore, ma in questi giorni difficili c’è chi ha deciso di farsene carico, pur di agevolare le spedizioni: come la cantina Serena Wines di Conegliano, che a Londra esporta Prosecco, uno dei simboli delle vendite agroalimentari made in Italy al Regno Unito. Oltre ai costi di magazzino, alla Serena Wines raccontano di essersi dovuti accollare anche le spese per i nuovi pallet. Già, perché ora che la Gran Bretagna è un Paese extracomunitario, al pari degli altri vuole i bancali fumigati. Per essere certa che nessun insetto proveniente da lontano venga incautamente trasportato sul suolo inglese.

Il Sole 24 Ore – 20/01/2021